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Jean-Luc Nancy,
Le Regard du portrait,
Paris, Galilée 2000 (Incises), pp. 93, 125 franchi francesi, ISBN 2-7186-0531-6. (Gabriella
Baptist)
Già
Hegel aveva sottolineato come nel ritratto la pittura raggiunga il suo
culmine, visto che il soggetto rappresentato risulta loggetto sommo
e più spirituale, non si tratta più infatti di paesaggi o nature, più
o meno morte, bensì dellindividuo nella sua essenzialità autenticamente
umana e non solo come tipo fisiognomico o carattere storico-fantastico.[1]
Allorché il pittore decide per un ritratto (o un autoritratto) pone necessariamente
allarte il problema dellindividualità, del disvelamento di
un sé (o di se stesso) nellesposizione che porge o forse addirittura
instaura un soggetto in sé e per sé. E viceversa, allorché
il filosofo si interroga sulla soggettività assoluta o sullidentità,
necessariamente finisce per parlare di sfondamenti di superfici, di un
altro sé diverso dalla semplice apparenza, magari perché ne è linteriorità
fondante o lalterità essenziale. Un sé
in se e per
sé, questo è il compito unico ed esclusivo del ritratto: come lo si sa
abbondantemente, un intento del genere avrebbe coinciso con quello del
pensiero a partire da Cartesio (o a partire da Agostino) fino ad oggi
(o fino a domani
). In che senso questa doppia occupazione sia poi
la
stessa,
è quanto qui ci si chiede, una volta di più (17). La persona
in se stessa è nel quadro. Il quadro senza un
interno è
linteriorità o lintimità della persona, è insomma il soggetto
del suo soggetto: il suo supporto e la sua sostanza, la sua soggettività
e la sua soggettilità,[2]
la sua profondità e la sua superficie, il suo essere-sé e il suo essere-altro
in una sola identità il cui nome è ritratto.
(Può darsi, al di là di questo, che questo nome sia pittura
in generale, se nessuna pittura può essere, come si suol dire, senzanima
e di conseguenza neanche senza soggetto e nemmeno, quindi,
senza figura, anche
quando è detta astratta, o addirittura monocroma.
Non potremo allora più arrestare lestensione congiunta della nostra
doppia interrogazione: se ogni soggetto è ritratto, allora ogni pittura
è forse figura e sguardo.) Il
tema dello sguardo, nel suo presentare alla superficie linteriorità
e lessenza, il carattere e lo spirito, costituisce il vero centro
argomentativo dellindagine di Nancy, guidando la scelta delle immagini
proposte alla riflessione. Se innanzitutto si solleva la questione della
somiglianza, è lAutoritratto
di Johannes Gumpp
Il
Ritratto
di Auguste Pellerin
di Henri Matisse
(1917, conservato a Parigi al Centre Pompidou) contorna il
volto con un abisso scuro che sconfina addirittura dalla tela contro il
quale il volto si staglia, andando a confondersi con il vestito e rappresentando
quello Ma
questa è precisamente la caratteristica del ritratto, il suo essere apertura
sul silenzio della propria presenza assente. Il ritratto ricorda
la presenza, nei due sensi del termine ricordo: fa tornare
dalloblio dellassenza e rammemora nellassenza stessa.
È in questo modo che il ritratto immortala: rende immortali nella morte.
(Ma più esattamente forse: il ritratto immortala meno una persona di quanto
non presenti la morte (immortale) in (una) persona. Sarebbe proprio questa
la sua differenza essenziale rispetto alla maschera mortuaria, che presenta
il
morto
e non la
morte.
La maschera prende limpronta del morto (lopera che la morte
vi ha impresso), il ritratto mette invece la morte stessa allopera:
la morte allopera in piena vita, in piena figura e in pieno sguardo.
La morte o la castrazione , vale a dire ciò che si riduce
ai concetti di finitezza o di divisione: luscire
fuori di sé, ex-sistenza, lex-posizione.) (54). La memoria
alla quale si fa allora appello non è la conservazione di un presente
passato: è il rinculo o la rimonta verso il fondo sempre presente
e propriamente immemoriale dellassenza stessa. Così questa
anamnesi in qualche misura ipermnestica (o amnesica) rinvia a questa regione
della presenza assente che un tempo si chiamava il sacro Anche
il Ritratto
di un giovane
di Lorenzo Lotto
(1506/1507, conservato a Vienna presso il Kunsthistorisches Museum)
colloca intorno al volto unaureola scura, come nel duplice autoritratto
di Gumpp o nel ritratto di Matisse. Nello
sguardo si concentra lenigma dellassenza presente (del soggetto),
della presenza assente (del senso), ma lo sguardo non è solo quello rappresentato,
riprodotto, che in qualche modo buca lo schermo e ne mostra
le quinte, ma è anche lo sguardo stesso del quadro, di quel particolare
modo di mostrare, di vedere e di rappresentare che è la pittura e larte
stessa. Prima di ogni altra cosa , il ritratto guarda: non fa altro
che questo, vi si concentra, vi si invia e vi si perde (72). Nello
sguardo dipinto la pittura diventa sguardo, e se ogni pittura diviene,
in fin dei conti, ciò che dipinge, è senza dubbio sempre attraverso lo
sguardo che questo succede il che significa, in uno stesso movimento,
a partire dallo sguardo da cui nasce la pittura e a partire da quello
che essa diviene dipingendolo (72-73). Qual è lo sguardo del quadro,
se non precisamente quel fondo che lo sguardo stesso buca,
la lampada che affiora dallo sfondamento della superficie in Lotto, il
quadro sullo sfondo e che sconfina inglobando e producendo un effetto
di abisso nel ritratto di Matisse, ma anche quel tocco di rosso che sfavilla
dal bavero della giacca di Auguste Pellerin o la bocca triplamente presente/assente
nellautoritratto di Gumpp? Il fondo è uno sguardo Con
il Doppio
ritratto
di Miquel Barcelo
(1995, collezione dellartista, esposto in occasione di una mostra
presso il Centre Pompidou di Parigi nel 1996) i due volti, Scavando lo
sguardo, svuotandolo, esasperandolo, demolendolo,
facendolo alludere allinvisibilità o
allombra, contornandolo di andate e ritorni dal
soggetto alloggetto, dalla conformità alla
somiglianza della rappresentazione, dalla presenza
allassenza, marchiandolo con il sangue della vita,
ma anche con la morte della violenza e del delitto,
illuminandolo con il fuoco della passione, ma anche della
lampada votiva e della sepoltura, Jean-Luc Nancy
individua nel ritratto lossimoro di uno sguardo
cieco che è la visibilità stessa, la sua fondazione e
premessa. Lo sguardo della conoscenza continua a
confrontarsi con locchio terribile di Medusa e con
la cecità [1] Cfr. G.W.F. Hegel, Estetica [2]
In nota Nancy rimanda ad un saggio di J. Derrida,
Forcener le subjectile, in Artaud. Dessins et portraits,
Paris, Gallimar
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